Ho perso il filo di Caterina Gabrielli
Il talento di Caterina comincia a sbocciare quando ha 14 anni.
Non ha mai avuto una propensione per il mondo della “classicità”, infatti si iscrive proprio al liceo classico. Dopo aver auto conferma che la scelta era sbagliata termina gli studi al liceo artistico Parini di Pordenone.
Alla luce delle sue opere possiamo ben dire che è sostanzialmente un’autodidatta. Nelle tre arti maggiori architettura, pittura e scultura il disegno rientra nella pittura. E a Caterina piace soprattutto quest’ultimo.
Se chiedete a lei vi risponderà che la linea, il segno è di quanto più immediato e primitivo abbiamo dentro, fa parte della nostra componente emotiva, emozionale, così come nei graffiti parietali delle grotte paleolitiche.
Questo quello che trasmette all’osservatore, con grande curiosità indagatrice e stupore bambino. Soprattutto nella ritrattistica dove fa parlare le anime dei suoi modelli attraverso l’espressione degli occhi.
Non è importante se matita, carboncino o altro, Caterina disegna con la prima cosa che trova sottomano, perchè ha fame di una spiritualità che profuma quasi di religiosità.
L’opera d’arte diventa la traduzione di un’immagine mentale e sentimentale dell’artista che usa spesso colori antinaturalistici, forme semplificate, poco chiaroscuro e prospettiva. È una realtà oggettiva che si imprime nella mente dell’artista che poi la restituisce senza mediazioni né filtri.
Tutto questo e, non solo, si chiama espressionismo, la prima di una serie di avanguardie storiche dell’arte moderna anche se ha già un secolo di vita.
Se uniamo le parole greche “physis” e “gnosis” si forma la parola “fisiognomica”, una parola cara a Caterina che riesce a cogliere con pochi tratti i caratteri psicologici dei volti.
Schiele, Toulouse-Lautrec, Klimt sono per Caterina riferimenti importanti. Ma non da ultimo Leonardo da Vinci, così scrive nel suo Trattato della pittura:
“Il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’omo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile perché s’ha a figurare con gesti e movimenti delle membra, e questo deve essere imparato dai muti che meglio li fanno che altra sorta d’uomini”.
Caterina con i suoi disegni fa parlare i muti.